Apprendere, formarsi, comunicare ed essere critici con le ICT
ICT come artefatto cognitivo
Prima di addentrarmi in temi all’intersezione tra tecnologia, apprendimento e formazione con particolare riferimento alla Scuola, ritengo doveroso definire alcuni termini per cercare una condivisione sui temi in gioco.
Innanzitutto l’acronimo MICT stà a indicare “Media, Informatica, Comunicazione e Tecnologia”, insiemi di dati multimediali in formato numerico, gestiti da apparecchi informatici. Si noti l’uso della M(edia) che da alcuni anni si è fuso con l’acronimo ICT (o TIC) dando importanza alla multimedialità numerica.
Poi, reputo utile indicare come queste tecnologie siano importanti dal punto di vista cognitivo. Solitamente esse rappresentano un “qualche cosa” rispetto alla realtà. Le MICT sono un artefatto che descrive o rappresenta uno o più aspetti reali: sono un artefatto cognitivo. D. A. Norman ben descrive cos`è un artefatto cognitivo nel suo libro “Things that make us smart” (1993). In sintesi, un insieme di ordini, codici e procedure che permettono la descrizione di una realtà senza che questa sia presente. Per meglio orientare il lettore porto come esempi di artefatti cognitivi, la matematica e la scrittura che rappresentano realtà esistenti ma descritte con codici e simboli che richiamano quanto si vuole indicare.
Qualcuno disse che quando nella storia appare un nuovo artefatto cognitivo, si possono generare alterazioni negli equilibri sensoriali e nelle forme di pensiero. Non so se questo è vero. Con l’avvento della scrittura a caratteri mobili (Gutenberg) questo si è avverato. Appare comunque evidente come queste tecnologie abbiano modificato in pochi anni diversi campi e si siano integrate anche in ambito sociale, modificando abitudini e altro ancora. Non si sono però integrate nella Scuola che – come ebbe a dire S. Papert – offre imperterrita un modello di insegnamento che resiste, con pochi cambiamenti, da secoli.






29 Dicembre 2008 - 22:11
Associo inevitabilmente il termine “ICT” a quello di “Internet” (pur sapendo che dietro il termine ci cela ben altro…). Vera rivoluzione culturale, la rete ha realmente modificato le pratiche di ricerca e di approccio alla conoscenza.
Quando facciamo capo a questo infinito bacino di informazioni definiamo un nostro percorso di ricerca. E’ vero, possiamo venirne sviati, ma tendiamo inevitabilmente a seguire uno o più tragitti possibili, fra quelli a noi più congeniali, e soprattutto rispondenti a proprie esigenze di conoscenza. Solitamente siamo noi ad autoregolare il flusso di ciò che cerchiamo, noi i gestori finali dell’atto di cernita del fruibile.
Questa molteplicità di fonti (Internet, appunto) può effettivamente sviluppare e aumentare una sorta di “potenzialità cognitiva” di ognuno, intesa come capacità a saper cercare, raccogliere, elaborare e fare uso di informazioni?
Si può assimilare Internet ad “artefatto cognitivo”, se per esso si intende uno strumento (o più strumenti) che permette di migliorare, ampliare, aggiungere una funzione all’acquisizione e alla gestione della conoscenza ?
Se come conseguenza del manifestarsi di un artefatto cognitivo consideriamo (v.presentazione) “il potere di provocare alterazioni negli equilibri sensoriali e nelle forme di pensiero” forse Internet, e il modo in cui ognuno ne fruisce, potrebbe essere assimilato ad un “artefatto cognitivo”.
A tal proposito ho riflettuto sull’esperienza fatta da una classe di II media di una scuola del Sottoceneri. Per un certo periodo di tempo gli allievi, quale attività didattica, hanno corrisposto in lingua tedesca seguendo le modalità proprie di una “chat”, con loro coetanei di una scuola parallela in Norvegia.
Mi sono chiesta quale per quei ragazzi fosse stato il significato del sapersi seduti davanti a un PC e contemporaneamente proiettati a migliaia di km in uno scambio immediato di informazioni e opinioni.
Ci sarà stata in loro una ripercussione nelle dinamiche sensoriali e quindi percettive della realtà? Questa esperienza avrà rappresentato un mutamento nella consapevolezza della nozione di tempo e di spazio e/o la scoperta di una nuova dimensione, reale e virtuale insieme, nella quale sperimentare e gestire le proprie competenze linguistiche, ma anche di relazione con gli altri ?
Gli allievi hanno sperimentato la sfida della performance immediata (scrivo e ricevo), dovendosi misurare in una dimensione relazionale e sensoriale non prettamente scolastica, o “da aula”. Può tale esperienza rappresentare un esempio di artefatto cognitivo ?
18 Ottobre 2009 - 16:37
Secondo la definizione di Donald Norman un artefatto cognitivo è un dispositivo artificiale ideato dall’uomo per agire in vari modi sull’ informazione, in particolare per conservare, presentare, operare sull’informazione, espandendo in tal modo le capacità cognitive.
L’uso di un artefatto cognitivo trasforma la conoscenza stessa per la quale è stato progettato. Infatti nello svolgere in maniera più efficiente delle funzioni solitamente affidate alla mente dell’uomo, esso mette a disposizione dispositivi o supporti che esternalizzano operazioni meccaniche e in tal modo libera la mente e permette di affinare nuove e più complesse abilità.
Se da una parte alla comparsa di un nuovo artefatto cognitivo si accompagna generalmente per l’uomo una perdita della capacità mnemonica (in quanto la memoria viene spostata all’esternosu supporti in grado di conservarla), dall’ altra, grazie a questo spostamento, alla mente si aprono spazi nuovi e possibilità insondate. La cognizione quindi si trasforma e acquisisce nuove funzioni.
Noi docenti dovremmo veramente riflettere su quanto le ICT come artefatto cognitivo abbiano modificato l’approccio al mondo, i modi di acquisire la conoscenza, di funzionare del pensiero, e di conseguenza portino con sé una nuova domanda educativa.
Ripensiamo quindi alle nostre modalità didattiche quando prepariamo le lezioni e adattiamoci ai nuovi contesti di apprendimento !
Allego questo articolo che tratta delle ICT nella didattica della matematica: magari potrebbe interessare i colleghi docenti di matematica.
http://www.itd.cnr.it/TDMagazine/PDF41/6_Chiappini_TD41.pdf
(Fonti: Hutchins, E. (1999) “Cognitive Artifacts “, in MIT Encyclopedia of Cognitive Sciences, MIT Press, 1999; Norman D. (1993), Things that make us smart, Perseus Books, Cambridge, MA, 1993, trad. It., Le cose che ci fanno intelligenti, Feltrinelli, 1995)