Apprendere, formarsi, comunicare ed essere critici con le ICT
Google ci rende idioti?
È iniziato da alcuni mesi un dibattito che tocca l’uso delle ICT in ambito cognitivo, per rapporto ai vantaggi e agli svantaggi che questo impiego comporta. In grandi linee, ci si interroga sul fatto che l’uso di internet renda più o meno idioti. Tutto è partito da Nicholas Carrche ha pubblicato un saggio su “The Atlantic” (poi tradotto in italiano da “Internazionale, no. 751), ripreso da “Der Spiegel”, da “Le Temps” e continuato in molti blog. Al tema ho già dedicato un post nel quale accennavo al fatto (M. McLuhan dixit) che il canale comunicativo e l’informazione veicolata modificano il modo di pensare e l’organizzazione cognitiva. Carr, non nascondendo le opportunità offerte dai servizi dell’internet (e dal web in particolare), afferma che attraverso l’uso intensivo di questi servizi diventiamo idioti, non siamo più in grado di concentrarci, ci facciamo dispersivi e ci limitiamo ad attenzioni ridotte e a letture sempre più corte.
Naturalmente ringrazio Carr di avere iniziato il dibattito, poiché esso dimostra che siamo effettivamente a un tornante epocale per quanto attiene alla trasmissione, all’organizzazione e alla fruizione (anche in senso cognitivo) delle informazioni. Da anni, diversi lo sottolineano. Al tema ho già dedicato diversi post in cui descrivo come i servizi dell’internet ci rendono (più o meno) intelligenti e di come è emerso (in senso sistemico) un nuovo artefatto cognitivo. Appare evidente che il dibatto ha il merito di cogliere e criticare questo tornante epocale nell’ambito comunicativo e cognitivo.
Riprendo in sintesi quanto ultimamente di interessante è stato detto o scritto sul tema. Dillenbourg (EPFL) parla di protesi offerta dall’insieme di questi servizi, protesi che si sostituisce ad alcune nostre capacità ma, nel contempo, ci rende maggiormente performanti. Panese (Uni Losanna) è del mio stesso parere e cioè che la tecnologia modifica, essendo un artefatto cognitivo, il nostro modo di ragionare. Koch (insegnante ICT) sottolinea che è giunto il momento di accettare la diversità dei supporti conoscitivi che si aggiungono ai libri.
Come gente di scuola, non possiamo comunque non vedere nel presente dibattito le opportunità e i pericoli che questi servizi ICT mettono a disposizione e fanno emergere per rapporto agli studenti che le usano come “nativi digitali”.







29 Dicembre 2008 - 16:26
La mia sensazione è che il concetto stesso di conoscenza stia mutando profondamente: conoscenza non è più intesa come un sapere proprio, ma sempre più come sapere dove andare a trovare le informazioni.
Siamo al passo successivo del processo che Socrate (nel Fedro di Platone) aveva intuito con l’avvento della scrittura? Socrate denigrava la scrittura, poiché la vedeva come il mezzo per non esercitare più la mente. Effettivamente internet ci permette di accedere ad un’incredibile quantità di informazioni, ma mi sembra che l’idea che si abbia del web, non sia quella della ricerca di informazioni come ausilio per risolvere un problema, ma piuttosto quella di trovare una soluzione preconfezionata. Da questo punto di vista, i nostri processi cognitivi vengono esercitati sempre meno e di conseguenza diventiamo sempre più stupidi.
A chi non è mai successo di cercare la soluzione di qualcosa mettendo in Google le parole chiavi? Ci si ritrova poi con decine di pagine piene di links cui cliccare ed iniziare ad leggere in modo trasversale per trovare la migliore soluzione. Questo modo di leggere, basato più sull’efficienza, sull’immediatezza e sulla performance che sull’analisi delle informazioni, mi sembra figlio di quel taylorismo della rivoluzione industriale, dove ogni movimento era studiato in funzione dell’efficienza, ma trasposto ad un livello mentale. “Non siamo più solo cosa leggiamo, ma anche come leggiamo” (Maryanne Wolf, psicologa alla Trufts University). Wolf afferma che la nostra abilità di interpretare il testo e di fare delle connessioni mentali che si formano quando leggiamo un testo intensamente e senza distrazioni, rimangono largamente disinserite. Non vi siete mai ritrovati a leggere un testo in rete ed ad un tratto compare il pop-up: nuovo messaggio o si illumina la scheda di Facebook che vi avvisa che qualcuno vuole chattare con voi? In questi casi, in genere, si sente l’inevitabile bisogno o curiosità di sapere cosa sta succedendo. La mia sensazione è che il “rumore” nel mondo virtuale sia aumentato rispetto al mondo reale e invece la nostra capacità di inibizione sia diminuita, influenzando molto la nostra capacità di concentrazione.
Riprendendo il processo che Socrate aveva intuito con l’avvento della scrittura, in questo contesto di facilità di accesso alle informazioni (internet), ma con l’incapacità della mente umana di gestire queste informazioni, verso cosa stiamo andando?
(Tengo a sottolineare che Socrate sbagliava, poiché non considerava la divulgazione del sapere attraverso la scrittura come forma di aumento della conoscenza collettiva, ma oggi il problema verte maggiormente nella gestione di terabyte di informazioni)
Sergey Brin (fondatore di Google) afferma “certainly if you had all the world’s information directly attached to your brain, or an artificial brain that was smarter than your brain, you’d be better off” e Larry Page (l’altro fondatore di Google) afferma “Google is really trying to build artificial intelligence and to do it on a large scale”.
Stiamo forse andando nella direzione in cui l’intelligenza artificiale, che servirà a gestire una quantità incredibile di informazioni, sostituirà il cervello umano? Arriveremo a creare una tecnologia (Isaac Asimov parlerebbe di cervello positronico) che renderà praticamente inutile la vita stessa?
In una società che delega sempre più alla scuola il ruolo di educatore che responsabilità abbiamo noi come futuri insegnanti?
Dal mio punto di vista, bisogna educare i “nativi digitali” ad un uso responsabile della rete, proponendo dei corsi già alle scuole elementari su come utilizzarla anche in modo efficiente e sull’importanza delle fonti. Non possiamo ignorare che dal momento che imparano a leggere sono confrontati con un vasto mondo d’informazioni che devono imparare a gestire. D’altro canto, abbiamo bisogno che rimangono legati alla nostra cultura attraverso i mezzi originali che l’hanno trasmessa e resa possibile per secoli.
6 Gennaio 2010 - 16:22
La domanda “google ci rendi stupidi?” è ad effetto.
Personalmente non credo che possa essere un motore di ricerca a renderci meno intelligenti, anzi credo che google sia uno strumento da utilizzare ed imparare a utilizzare sempre più. Non è così banale, a mio modo di vedere, utilizzare le parole-chiave più adatte per effettuare una ricerca mirata o sapere per esempio quali filtri utilizzare. Chi effettua una ricerca di argomenti difficili oppure gli capita di dover far ricerche non nella propria lingua madre si accorgerà di quanto sia importante riflettere prima di digitare qualsiasi parola nel motore di ricerca.
Google ci facilita di molto la vita, permettendoci di avere accesso a una miriade di informazioni in pochissimi secondi. Certo, trovo difficile effettuare una ricerca universitaria utilizzando solo internet senza consultare libri di una biblioteca, ma per quanto riguarda le informazioni di prima mano, google è molto utile. Si può dire di qualcosa che ci permette di venire a conoscenza di molte informazioni che esso ci fa diventare stupidi? Non credo proprio.
La domanda iniziale allora potrebbe essere diversa: “google ci rende pigri?”. In questo caso risponderei di sì, soprattutto quando non verifichiamo le fonti dell’informazione ricevuta. Ragionando da adulto, so che non tutto quello che si può leggere su internet è corretto, che ci sono dei siti più o meno affidabili, che le informazioni vanno verificate…
Però, da insegnante, capita spesso di sentire dei giovani che danno per scontato tutto quanto leggono su internet. Ed è un segnale di allerta. Sarebbe interessante fare un piccolo esperimento: dividere la classe in due e far effettuare una ricerca su un dato argomento. Metà classe lavorerà in aula computer e l’altra metà solo in biblioteca e alla fine si confronteranno i risultati. Credo che potrebbero nascere interessanti riflessioni fra gli allievi, discutendo sul tempo effettuato per la ricerca, quale sia il sistema migliore, che tipo di informazioni si possono trovare…
A pensarci bene, adesso vado proprio a pensare a una possibile ricerca di musica da poter far effettuare ai miei allievi durante la prossima pratica professionale lunga…