Archive for Luglio, 2008

Adolescenti in rete: tra amicizie, trasgressioni e rischi.

Da un’inchiesta effettuata dalla Doxa per l’associazione “Save the Children nel febbraio 2008 (scarica in .pdf), risulta che il 2/3 degli adolescenti italiani che usa internet entra nei servizi del web2.0 e rende disponibile un proprio profilo personale. Anche da noi, empiricamente parlando, questa è la tendenza. Questo sembra essere coerente con quanto precedentemente scritto e in linea con l’emergenza dei cosiddetti “webacteurs” , ma apre tuttavia una serie di interrogativi inerenti alla protezione dei dati personali e alla conoscenza dei rischi – potenziali ma esistenti – che si incontrano in siti di “social network” come facebook (vedi post) o Myspace. Qui non si vuole esagerare la portata del rischio per rapporto alle opportunità, ma si vuole sottolineare l’importanza di un’informazione corretta e trasparente su questi servizi e sulle leggi a cui essi fanno riferimento. Rapportarsi al web2.0 con conoscenza di causa appare oggigiorno assiomatico, per evitare i rischi personali e aumentare le possibilità comunicative.
Ma, a chi compete questa informazione? Alla scuola che deve una volta di più educare oltre che istruire? Agli enti che si occupano di prevenzione? Allo Stato e ai suoi Dipartimenti?
Da alcuni anni diverse iniziative in questo campo informativo sono disponibili; l’elenco sarebbe lungo. Preme sottolineare che il “target” a cui si rivolgono queste iniziative dovrebbe essere l’insieme dei docenti. In modo che questi possano – una volta informati e/o formati – integrare e proporre le informazioni ad allievi/studenti, secondo modalità scolasticamente pertinenti. Un’offensiva che vada in questo senso sarebbe opportuna. La Confederazione l’ha già positivamente attivata, creando guide e percorsi didattici (vedi). Per ora purtroppo solo in tedesco e in francese. Probabilmente poiché noi, della Svizzera italiana, non ci si è attivati a sufficienza sul tema, o forse perché il problema è meno sentito alle nostre latitudini, oppure perché abbiamo le idee in chiaro. À suivre…
fri-tic © fri-tic

Leggo i tuoi dati e tu non lo sai…

Nelle scuole e nel privato il portatile – o altro apparecchio che lo sostituisce (Blackberry, Iphone, ipod)- si usa sempre più. La diffusione degli hotspot wifi è in crescita esponenziale. Alcuni ritrovi pubblici, alcune città (tra cui Lugano) e le scuole universitarie (tra cui l’ASP) offrono questo tipo di collegamento all’internet. Esiste addirittura un progetto di interconnessione tra hotspot universitari e privati per fare in modo che l’accesso alla rete sia continuo anche fuori dal campus. L’essere sempre connessi appare come una necessità e lo studente, nativo digitale, apprezza.
Ma questo essere in rete con la connessione wifi non è privo di pericoli. Per esempio, nella nostra rete wifi istituzionale potrei catturare i dati sensibili che circolano su questa rete interna, protetta. Figurarsi sulle molte reti wifi aperte. È sufficiente circolare per le strade cittadine usando un apparecchio che permette la connessione al wifi per detectare le reti aperte a cui accedere. Non solo per sfruttarle per navigare, ma anche per catturare dati sensibili. Dati che l’utente utilizza per accedere alla sua posta elettronica, ai siti web necessitanti di un identificativo e altro ancora. Insomma, tutto quanto non è protetto da un protocollo che cripta quanto dall’utente va al server con cui si dialoga. Se manca il protocollo criptato, tipo “https” (lucchettato, di regola), quanto viene digitato può essere letto. Per esempio da software gratuiti tipo Wireshark.
In altre parole, ci si trova in situazioni più pericolose di quelle in cui si naviga in internet con un pc windows senza antivirus. In questo ambito il pericolo non è il proprio pc, bensì la propria privacy. Ma, voi non procedete in questo senso, nevvero?
PWLAN-Illustration-e immagine SWITCH

Dal sapere al comprendere: la rete e il senso

Da oltre 10 anni (dalla massificazione di internet) sento gente di scuola (ma non solo) affermare che l’informazione in internet è troppa, che ci si perde, che la qualità non sempre è valida. Insomma, nella moltitudine delle notizie di internet ci si potrebbe annegare. Inizialmente concordavo con queste affermazioni. Da pochi anni ho però modificato il mio parere. L’ho riformato da quando ho capito che <per non annegare nelle informazioni bisogna produrne. Sembra un paradosso ma non lo è.
In effetti il problema – come ben afferma D. Weinberger – non è la quantità di informazioni, bensì la sua frammentazione. Il web è per noi adulti fonte importante di informazioni quando queste ci sono interessanti. Nel web, a differenza che nei libri, le informazioni sono stoccate su supporti digitali, molto più facilmente rintracciabili, commentatili e tracciabili anche da parte nostra, grazie a metadati. Così facendo (delicious, digg, links, playlist,…) diamo a questi metadati per noi interessanti del senso, facendoci diventare degli esperti. Notiamo inoltre – per complicare il discorso – che i metadati, nel web, spesso si confondono coi dati che veicolano: per esempio, un catalogo di libri porta direttamene ai libri che presenta/organizza. L’accesso alle informazioni risulta quindi essere più personalizzato. Non è l’esperto che, tramite metadati, classifica e propone, dando ordine come nel “mondo fisico”, bensì è l’utente che organizza le informazioni in funzione dei suoi interessi e necessità, mescolando metadati e dati. Esempi di questo modo di gestire le informazioni sono presentati dai collettori di metadati (tag) del tipo delicious, oppure da enciclopedie on-line tipo Wikipedia.
Raccogliendo così le informazioni (taggate, linkate o commentate), si deve però prestare attenzione alla loro qualità. L’esperto riconosciuto istituzionalmente in rete non esiste. Dobbiamo quindi impegnarci maggiormente, trovare le pagine di discussione sul soggetto, scoprire i commenti inerenti a quest’ultimo. In sintesi, come adulti consapevoli, su internet non cerchiamo solo l’informazione, cerchiamo di meglio comprendere quanto già sappiamo: stabiliamo cioè relazioni tra l’informazione e il senso, aggiungendoci del valore. Questo si chiama comprensione.
In un’ottica di formazione, la sfida per rapporto a questo nuovo modo di procedere nei confronti del sapere, risiede nella sua trasmissione e trasformazione didattica, prima per i formatori, poi per gli studenti.

Scarichi da internet? Ocio…

L’IFPI negli ultimi anni – facendo ricorso a ditte specifiche che “annusano” la rete alla ricerca di internauti che mettono a disposizione dei files protetti da copyright (musica, filmati, programmi) – ha identificato gli indirizzi IP di molte persone. Nei loro confronti ha aperto delle procedure penali. Queste procedure sono dipendenti dalle legislazioni nazionali ma portano comunque a azioni di tipo dimostrativo di stampo maoista (”Colpiscine uno per educarne cento”).
Il funzionario svizzero preposto alla protezione dei dati non apprezza che ditte private agiscano in questo modo. Collezionare indirizzi IP di internauti svizzeri non è autorizzato, poiché la legislazione vigente li considera alla stregua di dati personali. Sembra che questo modo di procedere non abbia finora portato, in Svizzera perlomeno, a denunce basate su questo sistema di identificazione. In Germania, Gran-Bretagna e Polonia, il sistema “annusamento/denuncia” ha tuttavia funzionato da deterrente.
Quello che si può dire è che nella Confederazione elvetica condividere (scaricare e rendere disponibili) dati protetti da copyright non comporta sanzioni legali. Ciò nonostante, si percepisce che l’attuale sistema di produzione/promozione/distribuzione è superato dall’avvento di internet e soprattutto dalla condivisione dei dati possibile grazie al “peer-to-peer” e al web2.0. Per esempio, nel campo della musica aspettiamo tutti un nuovo sistema coerente con queste tecnologie, adatto a chi produce e a chi consuma e che riduca nel contempo lo strapotere delle case di produzione (vedi IFPI). Speriamo e lasciamoci sorprendere…

Senza posta elettronica, integrazione delle ICT difficile

Come già scritto (vedi post), l’uso delle ICT in classe è in Ticino (ma anche in Svizzera) al di sotto delle aspettative. Gli investimenti in infrastrutture e le varie formazioni con relativi progetti scolastici non hanno portato al risultato sperato. Anche una legge federale è stata creata (Legge federale sull’incoraggiamento dell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle scuole, vedi <offensiva PPP-sir) ma lo “switch” non è pienamente avvenuto. I motivi sono molti. Alcuni sono stati presentati in un altro post, altri lo saranno in successivi. Qui preme sottolineare come uno di questi – di carattere questa volta puramente tecnico – sia legato alla mancanza di un account di posta elettronica dei docenti ticinesi. Infatti questi, tranne eccezioni, non possono essere raggiunti via email dai vari attori scolastici. Si dà per scontato che l’uso della posta elettronica sia il servizio attorno al quale ruotano gli altri servizi dell’internet. La maggior parte dei docenti lo sa e ne fa uso, ma specialmente nel contesto privato.
L’integrazione delle ICT nella formazione oggigiorno avviene anche se questa variabile è sotto controllo. Lo si è visto in diverse Istituzioni scolastiche (vedi livello terziario), dove la comunicazione amministrativa è stata spostata dai supporti cartacei a quelli digitali, via anche la posta elettronica. In questi casi i docenti (ma anche gli studenti) si sono velocemente acculturati all’uso di queste ICT e diverse piste di carattere formativo e didattico si sono aperte. Alcune di queste portano all’integrazione delle ICT e sono apprezzate soprattutto dagli studenti che, essendo “nativi digitali”, le accettano positivamente.
È notizia recente che un progetto”Posta elettronica docenti” sta’ per avere inizio a livello di Scuola ticinese. Speriamo che quest’ultimo si concluda presto. L’augurio è che grazie all’account professionale scolastico fornito a tutti i docenti, si possano ugualmente veicolare informazioni di tipo didattico che portino acqua al mulino dell’integrazione delle ICT in classe. Se l’amministrativo obbliga, il didattico ne guadagna?
prof_ict

La rete ci rende più o meno intelligenti?

Il dibattito sull’intersezione tra aspetti cognitivi e uso delle tecnologie è vecchio come i mondo. Già Platone nel Fedro si lamentò dell’invenzione della scrittura che avrebbe tolto agli uomini le conoscenze abitualmente custodite nella mente. Poi, all’avvento della stampa (Gutenberg), altri (per esempio G. Squarciafico) espressero timori che la disponibilità di libri avrebbe favorito la pigrizia intellettuale, rendendo gli uomini meno studiosi. In seguito, altri ancora sostennero che la diffusione massificata di giornali e libri avrebbe scalzato l’autorità religiosa e alimentato la sedizione e il libertinaggio. Recentemente alcuni autori (vedi R. Simone) parlano di varietà di forme di sapere secolari che stiamo perdendo per colpa delle tecnologie e in particolare di internet.
In effetti, tutte queste previsioni si sono avverate. Ma quello che esse non hanno previsto, sono i benefici che queste tecnologie hanno avuto e stanno avendo. In altre parole e in sintesi, il mezzo che fornisce il contenuto influenza il pensiero di chi lo usa (vedi M. McLuhan). È infatti qui il nocciolo della questione. Il mezzo nuovo (in questo caso internet) ci rende “stupidi” per rapporto al tradizionale sistema, ma aiuta l’intelligenza, in prospettiva, facendo emergere nuove forme di pensiero, di azione e di collaborazione. Sono, de facto, le conseguenze dell’emergere di un (nuovo) artefatto cognitivo, come già accennato. Ma, quali forme di pensiero vengono modificate e che tipo di forme collaborative rinvigorite dall’uso di internet? À suivre…