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“La scuola 2.0 è ancora lontana”

Durante l’estate è apparso nel blog di Saul Gabaglio (Ticinonline,) un’intervista su temi attinenti a questo blog. La riporto di seguito. I grassetti sono stati inseriti dall’autore di questo blog.

sguardo

Il dibattito attorno all’introduzione delle nuove tecnologie nelle aule scolastiche è probabilmente stato accelerato dal successo ottenuto dai nuovi dispositivi, in particolar modo dall’iPad. Capita sempre più di frequente di vedere nei licei cantonali docenti che fanno largo uso di computer (e in alcuni casi anche di iPad) per le proprie lezioni e di studenti che utilizzano gli stessi strumenti per prendere appunti. Nuove tecnologie che potrebbero rappresentare la maggiore rivoluzione nel lavoro dello studente degli ultimi decenni dall’avvento dei quaderni.

La domanda che ci si deve porre allora è la seguente: la scuola è pronta ad accogliere le nuove tecnologie? “Da più parti s’intuisce che le tecnologie d’informazione e comunicazione (ICT) – complice anche il web2.0 – potrebbero modificare l’organizzazione scolastica. Tuttavia, siamo ancora lontani da una riflessione che indichi come queste potrebbero diventare un’occasione per cambiare e migliorare l’istruzione e la scuola” spiega Marco Beltrametti, responsabile del corso di Integrazione ICT al DFA di Locarno. Come rileva in seguito l’esperto, la tendenza a un’integrazione delle ICT esiste ma, confinata in pochi ambiti, risulta essere ancora innovativamente poco incisiva e, di conseguenza, “non modifica granché l‘attuale organizzazione scolastica e la tradizione didattica”.

Cosa vuol dire effettivamente l’integrazione delle tecnologie di informazione e comunicazione nella Scuola ticinese? Quali sono i vantaggi che quest’integrazione può apportare alla scuola e all’apprendimento degli studenti?
“Potenzialmente l’integrazione delle ICT consentirebbe agli studenti di apprendere con il proprio ritmo, utilizzando strumenti e servizi personalizzati, con il docente che assume un ruolo più di accompagnatore che di istruttore. Nella scuola ticinese – ma anche in quella di altri cantoni – si procede a tentativi d’integrazione, slegati, a macchia di leopardo, senza una bussola pedagogica settoriale che possa indicare la direzione da seguire”.

Non potrebbe essere la Confederazione a indicare la direzione da seguire?
“Nello scorso decennio in ambito d’integrazione delle ICT, la confederazione ha dato impulsi interessanti a tutti i cantoni, ma questi impulsi – almeno da noi – non hanno portato a grandi ricadute. Principalmente perché non sono ancora fruibili i referenti di politica scolastica all’interno dei quali crescere con le ICT. Intendiamoci, nella Scuola ticinese le ICT sono disponibili: i computer, le reti, internet, i servizi amministrativi informatizzati, le lavagne interattive multimediali e altro ancora stanno entrando sempre più nelle nostre scuole. Alcuni docenti usano le ICT in classe in modi pertinenti e innovativi. Tuttavia, la disponibilità di servizi e strumenti ICT non significa necessariamente che la scuola si è modificata grazie a loro. Infatti, non sono ancora evidenti le “buone pratiche” che possono affermare che la scuola, rispetto a 20 anni fa, è cambiata nell’organizzazione e nella didattica di classe, grazie alle ICT”.

Quali sono le prime tappe da percorrere in questa direzione?
“Come detto, una bussola pedagogica aiuterebbe, anche se non è evidente definirla. Servono accordi tra le componenti scolastiche e progettualità che conducano a sperimentazioni, a formazioni e a investimenti dai quali far emergere i plus-valori e le modifiche da apportare al sistema scuola. L’integrazione delle ICT non è mai stata uno dei temi privilegiati dalla scuola ticinese. Sarebbe positivo lo diventasse perché avremmo chiaro il traguardo da raggiungere. Le tappe, poi, si potrebbero definire durante il percorso”.

Nel caso le dessero la bacchetta magica, quale cambiamento apporterebbe sin da subito per facilitare la reale integrazione delle ICT nelle scuole e nei processi di apprendimento degli allievi?
“Ascoltare gli allievi di oggi (nativi digitali), dando spazio ai docenti, così da poter sperimentare nuove forme d’insegnamento con strumenti e servizi ICT (pratiche sicuramente ben accolte dagli allievi come testimoniano i docenti che stanno già lavorando con questi strumenti, ndr.), naturalmente accompagnati e formati in modo adeguato”.

Una situazione che secondo Beltrametti pone l’istituzione ancora molto distante da una vera e propria Scuola 2.0. “Penso che avremo un impulso concreto in questa direzione quando i nativi digitali di oggi saranno i docenti e i quadri scolastici di domani” conclude Beltrametti. Per il momento, quindi, accontentiamoci degli strumenti: per la rivoluzione c’è tempo.

Saul Gabaglio

Nativi digitali | Mito o realtà?

Nell’ambito del  corso “Integrazione delle ICT nella SM” inserito nel piano studi del Master of Arts SUPSI in Insegnamento nella scuola media 2010/2011, è stato chiesto ai partecipanti di redigere riflessioni tematiche sotto forma di blog. Il post che segue è uno tra quelli ritenuti meritevoli di pubblicazione.
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Se ne parla spesso: una intera generazione di giovani, cresciuti in un mondo invaso dalla tecnologia, con elevate abilità tecnologiche, sempre più richieste dal mondo del lavoro e degli studi superiori. Questa visione mi sembra un po’ troppo semplicistica, per una serie di ragioni:

1. le competenze in fatto di nuove tecnologie non si esauriscono nell’uso del cellulare, dell’MP3, e nella dimestichezza con periferiche e servizi informatici come Twitter o Wikipedia. In altre competenze, pur imprescindibili per studiare e lavorare oggi (come salvare i file, creare una cartella, formattare un testo, etc.),  i giovani oggi rimangono pressoché analfabeti.

    2. il reale uso delle tecnologie da parte dei ragazzi è ancora molto tradizionale, e  spesso si limita alla navigazione in internet e all’uso delle e-mail;
    3. vi sono ancora sensibili differenze fra i giovani quanto ad abilità in fatto di ICT, dovute a una serie di fattori come il retroterra socio-economico, culturale e le predisposizioni individuali.

      Ritengo allora che la scuola possa ancora giocare un ruolo importante nella formazione digitale e tecnologica dei giovani, indirizzandoli ad un uso consapevole delle ICT e aiutandoli a costruire una reale competenza digitale.

      Per  un po’ di storia, di dati e informazioni sui nativi digitali, vedi video di current TV

      Autrice: Egle Grandolfo

      Nuova professione, vecchie ICT

      keyboardA partire dal I settembre 2010, l’autore di questo blog cambia professione.
      Nella nuova professione, pur comprendendo ancora attività di formazione con e per le ICT, il suo nuovo compito esula da quanto finora espletato, cioè la formazione dei formatori con interventi negli ambiti situati tra l’apprendere, la formazione e le ICT.

      Il blog non vien tuttavia chiuso, aspettando che un/a altro/a formatore-ricercatore/rice sostituisca l’autore con lo scopo di proporre argomenti sotto forma di “post”, all’intersezione tra ICT, formazione e apprendimento, con tematiche presentate dai punti di vista dei vari attori scolastici (docenti, allievi, esperti, amministratori, genitori), aprendo riflessioni e discussioni da riprendere e sviluppare in ambito formativo.

      Auguro a tutti un buon inizio di anno scolastico o accademico.

      Tra copyright e copyleft

      TED1Per i nativi digitali (i nostri allievi di oggi e di domani) la tecnologia è lo strumento quotidiano che permette loro anche di accedere alla cultura in modo individuale (non formale) e di potenziare la loro creatività.
      Questo significa tuttavia passare attraverso fruizioni personali di contenuti che sono protetti da copyright, scaricati da internet. Per questo modo di procedere, i nativi digitali, non osservando le regole, potrebbero anche essere criminalizzati (vedi legge attuale sul “peer ti peer”).

      Per entrare nel merito del tema che tocca le ICT, la cultura e la legislazione, invito a guardare una presentazione di Larry Lessig (clic sull’immagine) che presenta il tema (è possibile scegliere una sottotitolazione in varie lingue).
      Sono d’accordo con molti dei punti di Lessig, che trattano di diritto e di cultura. Questo discorso è iniziato da poco e deve protrarsi grazie al dialogo e tramite discussioni. Ha grandi implicazioni per le persone che utilizzano il web come una risorsa – tra cui appunto i nativi digitali – per le parole, le immagini, i media e per le presentazioni.

      Lessig è un eccellente conferenziere. La sua presentazione è piuttosto lunga – 19 minuti – ma passa in fretta, segno distintivo di ottima qualità comunicativa.

      Twitter nella didattica

      twitter_logo_headerDa alcuni mesi uso Twitter.
      Da quando l’ho conosciuto mi è apparso come canale di comunicazione interessante, con potenzialità varie, applicabili anche nella didattica.
      Utilizzandolo in modo sperimentale, a 360 gradi, mi accorgo che questa giudizio  intuitivo era pertinente. Apprezzo sempre più questo servizio che è diventato uno dei miei canali informativi preferiti.

      Seguendo un corso in rete della GaramondInsegnare e apprendere con i Social Network” ho appurato che, nei cfti di Twitter, le mie aspettative d’impiego a livello didattico sono condivise.
      Di seguito riassumo i potenziali impieghi nella didattica (tratto Twitter for Academia, tradotto da Caterina Policaro, mia tutor online sul tema):

      • comunità di classe:Una volta che gli studenti hanno cominciato a twittare, hanno sviluppato un senso dell’altro come persona al di là del ristretto spazio temporalmente condiviso della classe, dell’aula,…
      • Il senso del mondo che ci circonda: “Alcuni studenti guardano spesso e volentieri la  Public Timeline di Twitter che è la pagina dove vengono postati tutti i messaggi pubblici che passano su Twitter. Il tasso di rumore di fondo qui è altissimo, ma ci dà il senso della varietà delle persone e della gente di tutto il mondo...”
      • Tenere traccia di un termine, di una parola, di una conferenza: “Attraverso Twitter è possibile tenere traccia/ “track” parole e termini sottoscrivendo poi il feed a tutti i post contenenti quella determinata parola…”
      • Feedback istantaneo: “Twitter è sempre connesso, e ti invia i messaggi anche sul telefonino, è quindi ottimo per ricevere feedback immediato…”
      • Seguire un esperto: “Gli Studenti possono seguire altre persone su Twitter, che trattano argomenti di loro interesse…” Questa possibilità è molto apprezzata e sfruttata da chi scrive.
      • Grammatica e scrittura basata su regole: ” È sorprendente come Twitter possa essere ottimo come ausilio per insegnare la grammatica. Perché? la forma breve che costringe ad utilizzare regole grammaticali abbreviate e/o ad abusare della grammatica piegandola nei 140 caratteri disponibili…”
      • Massimizzazione del momento didattico: “È spesso difficile insegnare in determinati contesti limitati spazialmente e temporalmente, Twitter ti permette di farlo al di là dei limiti spazio/temporali della lezione.”

      Quindi, se non avete ancora un account Twitter, pensateci. Evidentemente, una volta aperto un account su Twitter, ci si deve applicare, provare, approfondire. Gli apprezzamenti e le intersezioni private e didattiche arriveranno, conseguenti.

      Dimenticavo: il mio account su twitter http://www.twitter.com/mbeo | quello della SUPSI-DFA

      Pubblicare e scaricare da Internet: qualche riflessione

      pub_internetRiporto un’interessante proposta didattica dell’Ufficio della comunicazione elettronica dello Stato che ci interessa da vicino e inerente al tema “ICT ed etica:

      • Cosa si può pubblicare sul sito della scuola?
      • È legale scaricare musica dal web?
      • Che succede se carico su un sito una foto dei miei compagni di classe?

      “Pubblicare e scarica da Internet: qualche riflessione” è una guida rivolta ai ragazzi che fornisce informazioni, consigli e riflessioni sull’utilizzo di Internet rispondendo a tutte quelle domande che giovani e adulti dovrebbero porsi ogni volta che navigano in rete.

      Due sono i temi trattati nella pubblicazione: la protezione dei dati e il diritto d’autore in Internet. Entrambe le tematiche sono affrontate in modo sintetico nella parte “in sintesi” ed in maniera più approfondita nella sezione “in dettaglio”.
      La pubblicazione è a disposizione gratuitamente a tutti gli utenti in formato .pdf

      I flussi RSS: cosa sono e perché sono utili

      rssIl simbolo RSS (e il sistema associato) è diffuso da più di 2 anni sulle pagine web, invitando gli internauti a utilizzarne il servizio. Dalla mia esperienza non lo vedo però molto diffuso come sistema di recupero di informazioni pertinenti ai propri ambiti di riferimento. I Geek e diversi nativi digitali  conoscono i flussi RSS e li usano, apprezzandoli. I formatori e gli studenti del nostro Istituto, non necessariamente li conoscono e li usano poco.
      Vediamo perciò da dare alcune minime informazioni che possano rendere più sicuri gli utenti sia sulla comprensione del sistema, sia sul suo impiego.

      Cos’è un flusso RSS?
      RSS significa “Really Simple Syndacation”: una famiglia di linguaggi informatici usati dagli editori di siti web per notificare le modifiche delle loro pagine o informazioni, creando dei flussi informativi a cui ci si può abbonare. Come per le newsletters ma molto più performanti. In altre parole, i flussi RSS permettono di ricevere le informazioni sugli argomenti interessanti in modo automatico senza doversi recare sui siti web. Di regola, si riceve il titolo dell’ultimo articolo o post; se si volesse leggere il testo integrale, con un clic si apre il contenuto o si visita il sito originale.

      Come leggere i flussi RSS?
      Ci sono tre modi di farlo. Il primo consiste nell’attivare l’icona RSS nella barra degli indirizzi del nostro browser, dicendo che ci si vuole abbonare: il seguito dell’operazione dipende dal browser usato.
      Il secondo modo consiste nell’usare un lettore on-line. Per esempio, iGooglereader, MyYahoo, Netvibes o rss.ch. Il vantaggio di quest’ultimi – che consiglio per rapporto al primo e al terzo modo – risiede nella totale parametrizzazione di come mostrare i flussi e nel poterli consultare da qualsiasi computer in rete.
      Il terzo sistema consiste nell’usare un programma costruito per gestire i flussi, come Alert Info o RSbandit.

      Coraggio, utenti di siti web non nativi digitali, provate! Magari partendo dal sito dell‘ASP – ricorrendo o all’icona RSS in alto a destra o a quella presente nella barra degli indirizzi – o da questo blog, cercando le possibilità di abbonarsi. Poi, una volta compreso il sistema, generalizzatelo e vedrete che ne apprezzerete i vantaggi, indipendentemente dal modo scelto.

      Facebook come paradigma dei pericoli insiti nelle reti sociali

      Nel suo ultimo rapporto (vedi) , l’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza (IFPDT) si è chinato anche sui pericoli delle reti sociali.

      Come ebbi a dire in un precedente post su facebook (contro facebook), la tendenza dei giovani è all’impiego massiccio ma anche superficiale di queste piattaforme, sottovalutandone i rischi nel campo della protezione dei dati personali.
      Nel rapporto citato ci si sofferma “… sui pericoli insiti delle reti di contatti sociali, che vanno molto di moda. Chi rivela in Internet molte informazioni personali si ritrova in innumerevoli raccolte di dati (anche private) e perde il controllo sui propri dati personali. I gestori di siti di questo genere possono combinare questi dati personali con metadati e redigere profili della personalità esaustivi e lucrosi.”
      L’IFPDT offre consigli a utenti, fornitori e autorità sull’impiego conforme alla protezione dei dati di questi servizi . In particolare dedica una sezione a questo tema delle reti sociali.

      Come Istituto terziario ci confrontiamo quotidianamente sul tema. Le/i nostre/i studentesse/i sono utenti regolari di reti sociali, in particolare di facebook. Esse/i amano queste piattaforme, le difendono (vedi inchieste interna) e ne sottovalutano i pericoli.
      Si impone un’informazione pertinente all’interno dei moduli inerenti i media e le ICT ma non solo. Ne riparleremo…

      facebook

      Contributi a progetti scuola-famiglia che impiegano le ICT

      Le ricerche condotte negli ultimi dieci anni hanno dimostrato l’importanza del sostegno e del coinvolgimento dei genitori nella vita scolastica dei loro figli. In questo senso, la promozione e l’incentivazione della collaborazione tra scuola e genitori è una missione importante del sistema scolastico. Diversi esperimenti hanno dimostrato che le ICT possono offrire interessanti e innovative soluzioni per migliorare il legame tra questi due partner. Alcuni progetti in questa direzione sono stati, sono o saranno condotti nel Comuni o in alcune scuole in Svizzera. Per la sua prossima pubblicazione su «Les MITIC au service de la collaboration école-famille», il Centro svizzero per la tecnologia dell’informazione e della comunicazione (CTIE) lancia un invito a presentare contributi. L’obiettivo è quello di raccogliere informazioni sui progetti cantonali, regionali, i progetti scolastici o le categorie di coloro che hanno risposto i due seguenti criteri:

      • migliorare, sostenere, promuovere la collaborazione tra insegnanti e genitori aumentando la loro partecipazione alla vita della scuola e / o dei loro investimenti nella scuola dei propri figli (dalla scuola dell’infanzia alle scuole secondarie).
      • il progetto è attuato in parte o completamente con le ICT (sito web, piattaforma di apprendimento, video, audio, immagini, email, SMS, blog,…).

      Le persone coinvolte in progetti di questo tipo sono invitati a compilare il presente modulo e ritornarlo fino al 26 giugno 2009 al seguente indirizzo: [email protected]
      Inoltre, se si è a conoscenza di scuole o di insegnanti coinvolti in questo tipo di progetto, pf fate seguire l’informazione. Grazie!

      Liberamente tradotto dal testo inviato da Marian Steiner per email l’11 giugno 2009.

      Internet agli esami?

      Il Dipartimento dell’istruzione pubblica danese annuncia che – a partire dal 2011, una volta regolati i problemi di possibile  “imbroglio tecnologico” – gli studenti e le studentesse potranno avere accesso all’internet (web) durante l’esame di maturità. Il ragionamento alla base della proposta è semplice: se gli/le studenti/esse possono aver acceso al web durante lo studio casalingo, perché non permetterlo durante l’esame?
      Questa proposta sta’ aprendo discussioni i cui estremi vanno dal permissivo (si testano i concetti e non la memorizzazione, gli strumenti di accesso al sapere non sono il sapere) alla chiusura (la scuola non è un’impresa, i costi di questa operazione sono alti).
      Tuttavia, essa ha il pregio di abbozzare risposte alle domande generate dai cambiamenti nell’accesso all’informazione da parte dei “nativi digitali”. Queste domande sono ricorrenti e le risposte variano tra gli estremi sopra abbozzati.
      Il Dipartimento dell’istruzione pubblica danese trancia il discorso facendo proprie le tesi del genetista François Taddei, direttore delle ricerche interdisciplinari nell’Université Paris 5 – Descartes. Taddei sostiene – nel rapporto “ Training creative and collaborative knowledge builders” , preparato per l’OCDE, Innovation Strategy -, che per migliorare la “performance” dei sistemi di educazione bisogna realizzare una riforma orientata al credo di Charles Darwin: “Le specie che sopravvivono non sono le più forti né le più intelligenti, ma quelle che si adattano meglio ai cambiamenti”.
      Per Taddei, “…occorre formare dei creatori, degli studenti che configurino le occupazioni di domani, generino ricchezza e nuova conoscenza. Per questo scopo sono necessarie riforme pedagogiche che consentano ai “nativi digitali” di realizzare progetti originali, ripensando gli schemi classici dell’insegnamento superiore e motivandoli alla ricerca scientifica. Inoltre, a scuola bisogna imparare non dei saperi ma la ricerca dell’informazione con l’aiuto delle ICT, la critica, la sintesi e la produzione di conoscenze in rete. Il Web è un catalizzatore, che tutti devono apprendere a utilizzare a scuola, offre contenuti, ma mostra che il sapere si costruisce in modo collettivo e dinamico. Servono per ciò la motivazione individuale e la libertà di pensiero.” (vedi)
      Concordo con queste visioni di Taddei e quindi benvenuta la proposta in questione. Proposta che andrà evidentemente seguita nel suo sviluppo e difesa in un contesto di scetticismo creato sia dall’attuale politica scolastica – non ancora pronta a questi cambiamenti (almeno alle nostre latitudini) – sia dalla maggioranza dei docenti, formata ancora da troppi insegnanti poco tecnologicizzati (vedi post).

      Formazione dei cittadini all’uso consapevole dei servizi internet

      youguideInvogliare i cittadini dell’Europa unita a usare i servizi dell’internet per acquistare (e-commerce), condividere (social-network), commerciare (e-banking) e comunicare in modo sicuro e concettualmente comprensibile è un obiettivo importante.
      Per raggiungerlo si devono informare e formare i cittadini che, in maggioranza, sono poco sicuri in queste operazioni on-line, sono restii a usare le carte di credito o diffondono in modo poco pertinente i loro dati personali sensibili.
      L’ignoranza del sistema, una sua mancata concettualizzazione e l’insicurezza funzionale sono freni alla diffusione e alla generalizzazione dei servizi internet e quindi all’emancipazione.

      Per invertire il senso d’insicurezza, l’EU – tramite la commissione appositamente preposta – ha messo in rete informazioni e consigli utili. Questi sono disponibili a partire you-guide (in 4 lingue).
      I consigli sono molti – alcuni maliziosi -, utili a proteggersi dallo SPAM, a rendere riservati i propri dati personali, a incastrare i commercianti non corretti, a concettualizzare i servizi e altro ancora: una buona informazione. Da leggere, consultare e diffondere.

      Raccomandazioni della commissione ICT della SATW

      La Commissione ICT dell’Accademia svizzera delle scienze tecniche (SATW) si è da sempre concentrata sulle sfide, le opportunità e i rischi correlati con la società dell’informazione. Essa ha concentrato i suoi lavori sugli ambiti della formazione e della salute.
      Cooperando con altri partner (CDPE, ASP svizzere, associazioni d’insegnanti), il gruppo della SATW che opera nel campo della formazione, considera come importante e urgente promuovere una riflessione approfondita sul tema dell’integrazione (o inclusione) delle ICT nella formazione e nell’organizzazione scolastica. Questo soprattutto perché l’offensiva – terminata nel 2007 – “PPP scuole in rete” (vedi) ha dato luogo a poche indicazioni a livello federale – in particolare quelle della CDPE del marzo 2004 (scarica il doc in .pdf)  e marzo 2007 (scarica il doc in .pdf) – e a limitate esperienze a livello dei vari cantoni (vedi post inerente al Ticino).
      Infatti, a differenza di altri ambiti (e-Governement o e-Health), nell’ambito formativo, obiettivi federali non sono stati fissati, lasciando ai Cantoni la libertà di azione.
      Il gruppo formazione della SATW ha perciò deciso di continuare la condivisione del tema a livello intercantonale. In diverse sedute sono stati discussi i temi ritenuti importanti. Senza entrare nel dettaglio, si consiglia la lettura del rapporto (inglese, francese e tedesco) recentemente pubblicato che presenta le visioni degli esperti attorno ai temi seguenti:

      schema_satw

      1. Élaboration et actualisation de concepts MITIC
      2. Sensibilisation des enseignants et préparation à  leurs devoirs, à leur mission : Formations initiale  et continue : les défis dans le domaine MITIC, TIC et  médias, état de la situation et perspectives
      3. Transferts de connaissances, droits d’auteur
      4. Ressources et équipements professionnels : Modèle de travail collaboratif incluant technique, pédagogie et édition


      Da queste discussioni sono scaturite 23 raccomandazioni, raccolte nello schema riportato di fianco (clic sullo schema per ingrandirlo).

      Scarica il documento di riferimento della SATW da cui è tratto questo post.

      I webattori: la base del web2.0

      La definizione – mutuata dal francese e proposta da Pisani-Piotet (2008) – identifica l’insieme degli utenti di internet che, oltre a consultare le informazioni sul web, ne inseriscono di nuove, sia come risposte a precedenti (blog, comunità sociali, altre), sia come contenuti multimediali.
      Questo post ha lo scopo di aiutare a identificare questa tipologia di utenti che è alla base del web2.0.
      Si può affermare che oggigiorno oltre il 60% dei contenuti del web è inserito da questi webattori. Essi condividono parte delle loro informazioni grazie a servizi o strumenti che saranno presentati in seguito. Sono contemporaneamente consumatori/creatori, lettori/scrittori, ascoltatori/registi, spettatori/produttori. Le informazioni da loro inserite sono etichettate tramite dei “tag”; così facendo queste risultano organizzate in insiemi (ri)modellabili.
      Si potrebbe affrontare il tema da diversi punti di vista: da quello dei nativi digitali che vivono il web2.0 in modo acritico, a quello delle imprese che lo sfruttano (limitatamente a quelle che l’hanno compreso), passando per la diminuzione dei costi dell’informazione e al suo corollario, la disponibilità degli esperti. Mi limito a segnalare il modello del plus-valore delle informazioni prodotte dai webattori, rimandando a altri post altri approfondimenti sul tema.

      Se – come afferma O’Reilly -, i webattori aggiungono valore all’informazione, facendo emergere una saggezza, perché non utilizzare questo loro lavoro in modo diretto, organizzato e gratuito, come plus-valore? Questo modo di vedere il lavoro dei webattori è definito con il termine di “crowdsourcing” che, tradotto, potrebbe suonare come l’ “esternalizzazione delle produzioni delle moltitudini”. Si ispira a due termini – “outsourcing” e “wisdom of crowds” (esternalizzazione e saggezza delle moltitudini) ma va oltre questi (vedi la corrispondente voce di wikipedia). Grazie a questo plus-valore e a regole qui non dettagliate, emerge la qualità dell’informazione e si elimina il superfluo e il poco valido. Una dimostrazione di questo, in due ambiti diversi tra loro, lo possono pragmaticamente dimostrare wikipedia e flickr. Nel primo, la qualità degli interventi è controllata dai webattori, esperti nel campo, che correggono e commentano; nel secondo, dalle fotografie di qualità che emergono dalla massa e che sono mostrate tra le 500 migliori del giorno (vedi explore).
      Su questo nuovo meccanismo che apre nuovi paradigmi, si dovrà riflettere. Troppe sono ancora le incertezze. Le analisi dei siti di web2.0 che sfruttano intensivamente il “crowdsourcing“, ci daranno delle risposte.

      L’apprendimento e l’insegnamento con le ICT: aiuto od ostacolo?

      I nuovi mezzi di comunicazione digitale (ciò che in questi post va sotto il cappello ICT) nel corso degli ultimi dieci anni sono diventati evidenti anche per la scuola a vari livelli. Oltre alla scrittura, lettura e aritmetica, nel 21esimo l’uso delle ICT sarà una quarta competenza da insegnare e assimilare. Le ICT stanno aprendo nuovi orizzonti alla scuola e all’educazione.

      La discussione sull’intersezione tra istruzione e ICT si sta’ sviluppando sempre più. Inizialmente si era iniziato seguendo idee euforiche, ora ritenute utopistiche. Oggigiorno, si evidenzia un disincanto nei confronti di queste idee, anche perché risulta più facile preventivare costi e benefici dei nuovi media così come le conseguenze e gli effetti positivi e negativi. Quindi, si è maggiormente in chiaro sui vantaggi e gli svantaggi dei nuovi media come aiuto o ostacolo per l’apprendimento e l’insegnamento.

      Dove si trova il valore reale dei nuovi media nei settori dell’istruzione e della scuola? Quando si opera con questi nuovi mezzi di comunicazione in materia di istruzione scolastica e universitaria, risulta produttivo e quando no? Quali mezzi di comunicazione saranno accolti dagli utenti e quali altri gli utenti richiederanno? I nuovi mezzi promuovono una nuova cultura dell’apprendimento? Essi saranno in grado di far emergere altre forme di conoscenza? Qual è l’impatto dei videogiochi sulla socializzazione, sull’apprendimento, sul comportamento sociale e le azioni dei bambini e degli adolescenti? Esiste la necessità di un codice etico, comprensivo dell’influenza e dei limiti dei nuovi media considerati?

      A queste e ad altre domande si cercherà di rispondere durante una due giorni (21 e 22 gennaio 2009) all’ASP di Berna.
      Tradotto dal tedesco. Per chi volesse saperne di più…
      LOGO-PHB

      “Alleingang” in ambito d’integrazione delle iCT?

      Martedì 9 settembre ha avuto luogo a Berna il tradizionale appuntamento organizzato dal CTIE. Il tema era “Strategie in ambito ICT. Il programma prevedeva incontri plenari e workshops su temi che spaziavano dagli aspetti macro (politici) a quelli didattici (ICT in classe). I relatori erano responsabili ICT, direttori, politici e insegnanti. I partecipanti erano circa 200, provenienti da ambiti diversi, tutti comunque con il comune denominatore della formazione intersezionata con le ICT.
      I vari ordini scolastici di tutti i Cantoni erano rappresentati, tranne il Ticino, presente unicamente con il sottoscritto in rappresentanza dell’ASP e in vece di relatore (Tema proposto “Politique TIC des HEP: quelle direction?”).
      Se “Il buongiorno si vede dal mattino”, questo potrebbe significare che l’interesse per l’integrazione delle ICT nella scuola ticinese è scemato, oppure che si pensa che i Ticinesi possano fare a meno di conoscere le strategie degli altri Cantoni, le “best-practices” e ignorare contatti e confronto. Un “Alleingang” dunque. Non posso affermare che questo sia voluto, ma questa è l’impressione che i presenti hanno ricavato.
      Vorrei comunque tranquillizzare. L’ASP è sempre interessata al tema dell’integrazione delle ICT ed ha una sua strategia che persegue, trasparente e in sintonia con le istanze federali che lo sostengono (CTIE, COHEP, CDPE). L’ ”Alleingang” non è una soluzione ma un problema. Spero che anche i responsabili ICT cantonali siano d’accordo.
      83143-83144-1-webbild_programm @foto CTIE

      Google

      Google è il ragno della Rete. In essa svolge una metafunzione: sapere dov’è il sapere. Dio non risponde mai; Google sempre, e immediatamente. Gli sottoponiamo un messaggio sgrammaticato e sintetico all’estremo; un clic e… bingo! La cataratta: il bianco accecante della pagina si annerisce d’improvviso, il vuoto si trasforma in pieno, la concisione in logorrea. Ogni volta si vince. Dal momento che lavora su quantità di dati enormi, Google obbedisce a un tropismo totalitario, inghiotte e digerisce. Da qui nasce il progetto di scannerizzare tutti i libri, di analizzare tutte le tipologie di materiali: cinema, televisione, stampa; oltre questo limite, il bersaglio logico della googleizzazione è l’universo intero. Lo sguardo onniveggente percorre il globo, e legge avidamente ogni piccolo insieme di dati. Affidagli la tua catasta di documenti, e lui sistemerà ogni cosa al suo posto – e sistemerà anche te, che per l’eternità non sarai altro che la somma dei tuoi clic. Google un Grande Fratello? Come non pensarlo? Per questo deve presentarsi come fondamentalmente buono. È cattivo? Di sicuro è stupido. Se le risposte che appaiono sullo schermo sono moltissime, è perché le legge appena. L’impulso iniziale è fatto di parole, e le parole hanno più di un senso. Ma il senso sfugge a Google, che codifica, ma non decifra. Memorizza le parole nella loro materialità bruta. Tocca sempre a te, quindi, trovare nel pagliaio l’ago di quel che realmente cercavi.
      Google sarebbe intelligente se si potessero processare i significati. Ma non è possibile. Come un Sansone rasato, Google continuerà ciecamente a macinare fino alla fine dei tempi.

      di Jacques-Alain Miller- tratto da “Nuovi miti d’oggi”, Isbn Edizioni, 2008
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      Google ci rende idioti?

      È iniziato da alcuni mesi un dibattito che tocca l’uso delle ICT in ambito cognitivo, per rapporto ai vantaggi e agli svantaggi che questo impiego comporta. In grandi linee, ci si interroga sul fatto che l’uso di internet renda più o meno idioti. Tutto è partito da Nicholas Carrche ha pubblicato un saggio su “The Atlantic” (poi tradotto in italiano da “Internazionale, no. 751), ripreso da “Der Spiegel”, da “Le Temps” e continuato in molti blog. Al tema ho già dedicato un post nel quale accennavo al fatto (M. McLuhan dixit) che il canale comunicativo e l’informazione veicolata modificano il modo di pensare e l’organizzazione cognitiva. Carr, non nascondendo le opportunità offerte dai servizi dell’internet (e dal web in particolare), afferma che attraverso l’uso intensivo di questi servizi diventiamo idioti, non siamo più in grado di concentrarci, ci facciamo dispersivi e ci limitiamo ad attenzioni ridotte e a letture sempre più corte.
      Naturalmente ringrazio Carr di avere iniziato il dibattito, poiché esso dimostra che siamo effettivamente a un tornante epocale per quanto attiene alla trasmissione, all’organizzazione e alla fruizione (anche in senso cognitivo) delle informazioni. Da anni, diversi lo sottolineano. Al tema ho già dedicato diversi post in cui descrivo come i servizi dell’internet ci rendono (più o meno) intelligenti e di come è emerso (in senso sistemico) un nuovo artefatto cognitivo. Appare evidente che il dibatto ha il merito di cogliere e criticare questo tornante epocale nell’ambito comunicativo e cognitivo.
      Riprendo in sintesi quanto ultimamente di interessante è stato detto o scritto sul tema. Dillenbourg (EPFL) parla di protesi offerta dall’insieme di questi servizi, protesi che si sostituisce ad alcune nostre capacità ma, nel contempo, ci rende maggiormente performanti. Panese (Uni Losanna) è del mio stesso parere e cioè che la tecnologia modifica, essendo un artefatto cognitivo, il nostro modo di ragionare. Koch (insegnante ICT) sottolinea che è giunto il momento di accettare la diversità dei supporti conoscitivi che si aggiungono ai libri.
      Come gente di scuola, non possiamo comunque non vedere nel presente dibattito le opportunità e i pericoli che questi servizi ICT mettono a disposizione e fanno emergere per rapporto agli studenti che le usano come “nativi digitali”.
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      L’alfabetizzazione digitale è una necessità sociale?

      Secondo un documento della Commissione europea del 2003, l’alfabetizzazione informatica (”Digitaliteracy”) diverrà velocemente una competenza indispensabile per la creatività, l’innovazione e l’imprenditorialità. Senza questa competenza i/le cittadini/e non potranno pienamente partecipare alla società del 21esimo secolo. Un’affermazione che definisce indirettamente l’importanza di internet, del web e dei servizi ad essi associati, in costante espansione (vedi i miei post sul tema).
      Allora, quali gli strumenti, le logiche d’attivazione e i modi di pensiero e di organizzazione che i cittadini di ogni genere ed età devono padroneggiare per sentirsi adatti?
      Alla fine del secolo scorso era sufficiente parlare di alfabetizzazione. Oggi il termine risulta desueto per l’emergere della multimedialità, a causa dell’arrivo sul mercato di nuovi strumenti di interconnessione costante e grazie agli universali e innovativi impieghi proposti dal web. Risulta indispensabile conoscere altro, oltre l’alfabetizzazione, in particolare le logiche e i funzionamenti di base di questi strumenti/servizi. La competenza da acquisire nel contesto dell’alfabetizzazione digitale deve mirare al pratico ma anche al culturale, concerne la circolazione delle informazioni, l’espressione, l’impiego degli strumenti e la logica del sistema, accompagnati da un pensiero critico per saper discernere quello che conta, ciò a cui si è esporti e il senso di quanto circola e si emette.
      Secondo Pisani e Piotet (2008), le lacune sono serie: molte persone non hanno ancora accesso a questi servizi o rifiutano di servirsene mentre altri pensano di impiegarli convenientemente ma non ne usano che una minima parte. I giovani appaiono generalmente a loro agio con questi servizi e strumenti come “nativi digitali”, ma solo superficialmente (vedi post).
      Da questo risulta la necessità di intraprendere una formazione specifica alla dimensione digitale che abbia come traguardo l’assimilazione di una serie di competenze che ci facciano sentire a nostro agio con queste possibilità digitali. Per affrontare il discorso che verrà in seguito approfondito, ci si riferisca a quanto propone wikipedia sulla definizione di “digital/computer literacy” e si pensi a quali istanze dovranno proporsi come enti erogatori della formazione.

      Dal sapere al comprendere: la rete e il senso

      Da oltre 10 anni (dalla massificazione di internet) sento gente di scuola (ma non solo) affermare che l’informazione in internet è troppa, che ci si perde, che la qualità non sempre è valida. Insomma, nella moltitudine delle notizie di internet ci si potrebbe annegare. Inizialmente concordavo con queste affermazioni. Da pochi anni ho però modificato il mio parere. L’ho riformato da quando ho capito che <per non annegare nelle informazioni bisogna produrne. Sembra un paradosso ma non lo è.
      In effetti il problema – come ben afferma D. Weinberger – non è la quantità di informazioni, bensì la sua frammentazione. Il web è per noi adulti fonte importante di informazioni quando queste ci sono interessanti. Nel web, a differenza che nei libri, le informazioni sono stoccate su supporti digitali, molto più facilmente rintracciabili, commentatili e tracciabili anche da parte nostra, grazie a metadati. Così facendo (delicious, digg, links, playlist,…) diamo a questi metadati per noi interessanti del senso, facendoci diventare degli esperti. Notiamo inoltre – per complicare il discorso – che i metadati, nel web, spesso si confondono coi dati che veicolano: per esempio, un catalogo di libri porta direttamene ai libri che presenta/organizza. L’accesso alle informazioni risulta quindi essere più personalizzato. Non è l’esperto che, tramite metadati, classifica e propone, dando ordine come nel “mondo fisico”, bensì è l’utente che organizza le informazioni in funzione dei suoi interessi e necessità, mescolando metadati e dati. Esempi di questo modo di gestire le informazioni sono presentati dai collettori di metadati (tag) del tipo delicious, oppure da enciclopedie on-line tipo Wikipedia.
      Raccogliendo così le informazioni (taggate, linkate o commentate), si deve però prestare attenzione alla loro qualità. L’esperto riconosciuto istituzionalmente in rete non esiste. Dobbiamo quindi impegnarci maggiormente, trovare le pagine di discussione sul soggetto, scoprire i commenti inerenti a quest’ultimo. In sintesi, come adulti consapevoli, su internet non cerchiamo solo l’informazione, cerchiamo di meglio comprendere quanto già sappiamo: stabiliamo cioè relazioni tra l’informazione e il senso, aggiungendoci del valore. Questo si chiama comprensione.
      In un’ottica di formazione, la sfida per rapporto a questo nuovo modo di procedere nei confronti del sapere, risiede nella sua trasmissione e trasformazione didattica, prima per i formatori, poi per gli studenti.